Che cosa ha davvero accettato HPE

Il Dipartimento di Giustizia ha citato in giudizio HPE nel gennaio 2025 per bloccare l'acquisizione di Juniper Networks da 14 miliardi di dollari, sostenendo che l'operazione avrebbe concentrato il mercato statunitense delle reti WLAN aziendali in troppo poche mani. Pochi giorni prima che il caso arrivasse al processo, le due parti hanno raggiunto un accordo: HPE avrebbe concesso in licenza il codice sorgente alla base della piattaforma Mist AI Ops di Juniper ai fornitori WLAN concorrenti e avrebbe ceduto la propria divisione più piccola, Instant On, a un acquirente approvato, un rimedio ibrido tra licenza e cessione strutturale, così evitando il blocco totale della fusione.

È proprio questo l'accordo che il giudice Pitts ha reso definitivo questa settimana, chiudendo così una battaglia legale durata più a lungo della chiusura della fusione stessa, di oltre un anno. Però il percorso dalla denuncia originale del gennaio 2025 alla sentenza di questa settimana è passato per un'udienza in cui lo stesso giudice non era certo che il rimedio corrispondesse al danno inizialmente contestato dal governo.

Il giudice che ha dubitato del proprio accordo

In un'udienza del novembre 2025, il giudice Pitts ha incalzato sia il governo sia HPE chiedendo perché fosse proprio Instant On, una linea wireless più piccola rivolta alle piccole imprese, l'attività da cedere, quando la denuncia originale del DOJ si era però concentrata su Mist AI Ops e sulla gestione WLAN di livello aziendale. I resoconti di quell'udienza, ripresi da PYMNTS e dal Capitol Forum, lo citano mentre dice chiaramente alle parti di non ricordare affatto di aver letto qualcosa su Instant On nella denuncia. Un'ordinanza del 31 dicembre 2025 ha poi definito un quadro per l'acquisizione delle prove, permettendo agli stati intervenuti di indagare su come l'accordo fosse stato davvero negoziato.

Quello scetticismo non è svanito entro l'agosto 2026: è stato risolto, però non ribaltato. Il Tunney Act, la legge del 1974 che disciplina il controllo giudiziario sugli accordi antitrust del Dipartimento di Giustizia, non chiede a un giudice se trovi personalmente elegante un rimedio. Chiede però se gli stati abbiano dimostrato che il rimedio non soddisfa l'interesse pubblico, un criterio che lascia spazio a un giudice per ritenere imperfetto un accordo e approvarlo comunque.

Un processo che il giudice ha chiamato 'macchinazioni' -- e ha approvato comunque

L'intervento degli stati, descritto in atti resi pubblici dalla coalizione Economic Liberties, non attaccava la sostanza del rimedio: sosteneva però che HPE avesse ingaggiato lobbisti vicini all'amministrazione per far passare l'accordo, e che due funzionari del Dipartimento di Giustizia fossero stati licenziati dopo essersi opposti internamente al modo in cui HPE gestiva l'operazione. L'accusa è stata abbastanza grave da spingere quattro senatori statunitensi, tra cui Elizabeth Warren e Cory Booker, a chiedere pubblicamente un'indagine federale sull'accordo e le dimissioni del capo di gabinetto del DOJ, Chad Mizelle.

Le parole dello stesso giudice Pitts, riportate sia da Bloomberg sia da MLex, separano nettamente le due questioni: ha scritto che gli stati avevano reso un servizio pubblico prezioso portando alla luce ulteriori dettagli sulle macchinazioni all'interno del Dipartimento di Giustizia che avevano portato all'accordo, e nella stessa sentenza ha ritenuto che non avessero dimostrato, cioè provato in giudizio, che la sentenza definitiva modificata violasse l'interesse pubblico. Secondo la giurisprudenza sul Tunney Act, il compito di un tribunale è verificare se un rimedio sia talmente inadeguato che approvarlo danneggerebbe la concorrenza, non arbitrare quanto pulitamente il governo lo abbia negoziato.

La lezione decisionale: vincere sporco costa comunque un anno intero

Per qualsiasi azienda, europea o statunitense, che valuti quanto spingere nella trattativa di un rimedio di fusione contro un'autorità antitrust scettica, questa sentenza restringe il vero rischio legale: un tribunale che applica il criterio del Tunney Act verifica perciò l'adeguatezza del rimedio, non la politica che vi sta dietro. Un processo duro, condotto con l'aiuto di lobbisti, non è di per sé il tipo di difetto che fa saltare un accordo quando un giudice è chiamato a decidere.

Però il caso mette un prezzo anche sull'altro lato della stessa decisione. L'accordo di HPE ha chiuso la fusione sottostante oltre un anno prima, eppure l'azienda ha trascorso 19 mesi, dalla denuncia originale del gennaio 2025 alla sentenza definitiva di questa settimana, sotto ordinanze di acquisizione delle prove, udienze molto contestate e un registro pubblico che ora contiene in modo permanente le parole di un giudice federale su come si sia arrivati all'accordo: macchinazioni. Una trattativa più tranquilla, anche una che avesse prodotto la stessa licenza Mist AI Ops e la stessa cessione di Instant On, avrebbe però normalmente superato la consueta finestra di commento pubblico del Tunney Act in meno di 90 giorni, invece che in 19 mesi. La lezione per chi gestisce un'operazione non è che il processo si possa ignorare, ma che il prezzo di ignorarlo si misura in spese legali e tempo, non nell'esito finale.